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    April 24

    Emergenza natalità

    L’Italia, con il suo 1,34 di nascite per donna, ha raggiunto un punto in cui l’inversione di tendenza si fa sempre più difficile.


    La causa? Non solo insufficienti, ma soprattutto scorrette impostazioni di politiche per la famiglia. Perché le donne possano realizzare il loro desiderio di maternità non servono rigidi investimenti sul nucleo familiare, ma un nuovo concetto di aiuto alla maternità.

    Lo rivela un’attenta analisi dei dati raccolti nella prima indagine del neo-nato Centro Studi FeM (Fertilità e Maternità).

    L'analisi del Centro Studi FeM (Fertilità e Maternità) è stata presentata alla Conferenza Stampa: “I figli che vorrei, Giovedì 17 aprile 2008 presso l’Hotel Capo D’Africa, Via Capo D’Africa, 54 a Roma.
    “Vi sono Paesi dove le donne sono più libere di scegliere. Dove gestiscono con cognizione di causa la propria possibilità riproduttiva. Dove entrano ed escono con agilità dal mondo del lavoro e dell’organizzazione familiare. Dove la società investe non solo in asili nido ma anche in cospicue detrazioni fiscali per le baby – sitter, in incremento di lavoro part-time , in orari più elastici, ovvero in una diversificazione di aiuti che lascia la donna “libera di decidere quale è migliore per lei. È in questi Paesi che nascono più bambini''.

    Ad affermarlo Andrea Borini, specialista in ostetricia e ginecologia, tra i massimi esperti di infertilità e procreazione medicalmente assistita nel nostro paese e membro della task force europea sulla preservazione della fertilità dell’ESHRE, l’European Society for Human Reproduction and Embriology nel presentare la prima ricerca del Centro Studi FeM, di cui è presidente.

    La ricerca con cui il centro FeM si propone alla stampa italiana riguarda gli aspetti culturali e sociali della maternità in un dettagliato confronto con le realtà di alcuni Paesi europei rappresentativi.
    La Spagna, così simile a noi. La Francia, così vicina, ma così distante, con il suo elevato tasso di fertilità e la sua attenzione alle esigenze delle donne-mamme. La Germania, che sta muovendo i primi passi verso un riconoscimento della maternità come valore sociale e infine la Svezia, Paese agli antipodi del nostro per l’alto tasso di natalità e di occupazione femminile, esempio paradigmatico di come si possa lavorare e avere comunque più di un figlio
    .

    E la ricerca del FeM lo conferma: dove vi sono meno rigidità sociali la natalità è superiore. È il caso della Svezia: più contraccezione (72% delle donne in età fertile), più divorzi (2,4 ogni mille abitanti), più aborti (venti ogni mille donne). Oltre ad un elevato investimento in politiche sociali (3% del Prodotto Interno Lordo). E qui le nascite hanno raggiunto la quota di due figli per donna auspicata dal Consiglio europeo di Lisbona del 2000.

    Agli antipodi l’Italia, con il suo 39% di utilizzo di metodi contraccettivi, un ricorso all’aborto che interessa 9,5 donne su mille ed un tasso di divorzi pari allo 0,7%. Ma soprattutto con il suo misero 1,1% del PIL dedicato al sostegno alle politiche per la famiglia. Il risultato lo abbiamo visto: la nascita di 1,34 bambini per donna.

    A Roma è stata presentata anche la quarta ricerca dell’O.S.I., Osservatorio Sociale sull’Infertilità. In un Paese in cui la maternità è così contrastata, quasi punita, ci sono moltissime coppie che la desiderano e la cercano con caparbietà. Che lottano per avere un “figlio proprio''. “Coppie davvero “normal'''' e, inaspettatamente cattoliche, a provare che vi è un paradosso italiano, una mancanza di percezione dei desideri reali del mondo femminile'' riferisce Marina Mengarelli, sociologa, presidente O.S.I.

    L’indagine è stata effettuata su 123 coppie che si sono recate al centro di procreazione medicalmente assistita (PMA) bolognese tra il 2005 ed il 2006. Età media, scolarizzazione, tipologia d’impiego, religiosità dichiarata e praticata, qualità della relazione medico-paziente, sono solo alcuni degli aspetti indagati dalla ricerca. “Si ottiene così un profilo socio-culturale inedito delle coppie che effettuano PMA, che i ricercatori dell’O.S.I. hanno messo poi a confronto con quello dei pazienti che si rivolgono ai centri convenzionati di Abano e Udine spiega Marina Mengarelli.

    Ne emerge un interessante paragone tra chi si reca nei centri di PMA pubblici e chi si affida invece a centri privati. Si scopre per esempio che le coppie che scelgono il centro privato hanno un profilo di laicità più elevato, ma meno informazioni sulle cause della sterilità.
    La ricerca presentata dall’ O.S.I., dal titolo “La fatica di essere normali'' , è stata condotta dal LaRiCa della Facoltà di Sociologia dell’Università Carlo Bo di Urbino, in collaborazione con il centro di fecondazione assistita Tecnobios Procreazione di Bologna.
    Ne hanno parlato, insieme alla dottoressa Mengarelli, Lella Mazzoli, direttore del Centro di Ricerca LaRiCa e Roberta Bartoletti, segretario scientifico.
    Ha commentato le indagini Letizia Mencarini, professore associato di demografia presso la Facoltà di scienze politiche dell’Università di Torino.

    L’analisi psicologica è stata affidata a Paola Mutinelli, psicologo clinico e psicoterapeuta all’Università di Bologna.
    Era presente all’incontro stampa il professor Carlo Flamigni, docente di Ginecologia e Ostetricia all’Università degli Studi di Bologna.


    http://www.mammeonline.net/".
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    Quindi in un paese cattolico dove c'è poca contraccezione, no aborto e pochi divorzi, i figli che si fanno sono di meno. Vorrà dire che le strategie volte a far far più figli si rivoltano come un boomerang su se stesse. Quindi divorziate il più possibile...ogni nuovo nucleo famigliare vuole un figlio...Che ne pensate?
    April 08

    Casalinghe assicurate

    In tempi elettorali si è proposto di concedere alle casalinghe una misera pensione assicurativa. Pensate che sia giusto che il lavoro di cura delle donne sia valorizzato anche economicamente? http://www2.radio24.ilsole24ore.com/casaefamiglia/scheda250102.htm
    April 02

    DONNE MAL PAGATE, NON FANNO CARRIERA

    UE: RAPPORTO SPIDLA
    Anche se rappresentano il 59% dei laureati ed hanno studi di migliore qualita', le donne dell'Unione Europea lavorano di meno. Il loro tasso di occupazione e' infatti di 14,4 punti inferiore a quello degli uomini. E la situazione e' ancora peggiore in Italia dove le laureate sono al 57,5%, appena al di sotto della media UE, mentre il tasso di occupazione registra un distacco con gli uomini che sale al 24,2%. E' quanto risulta da una delle tabelle piu' indicative contenuta nel rapporto 2008 sulla pari opportunita', che la Commissione Europea presentera' l'8 e 9 marzo ai capi di stato e di governo dell'UE riuniti a Bruxelles per il Vertice di primavera.

    Sono le donne ad aver occupato i 7,5 milioni di nuovi posti di lavoro creati dal 2000 ad oggi, contro i 4,5 degli uomini.

    Continuano quindi a giocare un ruolo motore nella crescita dell'occupazione, ma restano sfavorite rispetto agli uomini sul mercato del lavoro. Le donne che occupano un posto di dirigente nelle imprese avanza molto lentamente e non supera il 33%. Per non parlare delle parlamentari che arrivano appena al 23%.
    L'Italia ha registrato un balzo in avanti per i dirigenti nell'industria passando dal 17,8% del 2001 al 32,9%, collocandosi cosi' al di sopra della media comunitaria, sia pure per un soffio. Segnano invece il passo in Parlamento dove sono salite appena dal 12 al 17%.

    La nostra strategia per la crescita e l'occupazione ha permesso di creare piu' posti di lavoro a favore delle donne - e' il commento del commissario europeo all'occupazione Vladimir Spidla - tuttavia la loro carriera e' generalmente piu' breve, piu' lenta e meno ben pagata. E' evidente che dobbiamo fare ancora molta strada per trarre pienamente
    March 31

    Donne al lavoro

    L'occupazione femminile tende a crescere di più di quella maschile ma questa dinamica trova per lo più sbocco nei lavori part-time e instabili. Una condizione, questa, che punisce le lavoratrici in termini di reddito senza favorire in cambio la conciliazione con gli impegni familiari e la maternità ma producendo, al contrario, ''nuove forme di segregazione e disuguaglianza.
    E’ la denuncia che arriva
    dall' Ires, l’Istituto di Ricerche Economico-Sociali della Cgil che ha realizzato, in collaborazione con il sindacato di categoria Nidil-Nuove Identità del Lavoro, il suo terzo rapporto sul lavoro atipico in Italia, Donne e lavoro atipico: un incontro molto contraddittorio.
    Perchè questa contraddizione?
    March 29

    Le donne migliorano i risultati delle aziende

     
     
    Le donne migliorano i risultati delle aziende
    Passare dalla Conciliazione alla condivisione, destrutturando le strategie di genere
     
    Catalyst, organizzazione no-profit impegnata dal 1962 per incoraggiare lo sviluppo di ambienti di lavoro inclusivi a vantaggio delle aziende e delle donne che lavorano, ha svolto un’indagine da cui è emerso che le aziende con un’alta rappresentanza di donne nei Consigli di Amministrazione ottengono risultati finanziari significativamente superiori, in media, rispetto alle aziende con una minore rappresentanza di donne (www.catalyst.org).

    L’indagine “The bottom line: corporate performance and women's representation on boards'', del 2007, ha dimostrato l’esistenza di una forte correlazione tra la diversità di genere in azienda e le performance finanziarie realizzate. Le aziende con un’alta presenza di donne nei CdA rispetto a quelle con percentuali basse di donne hanno performance migliori del 53% per quanto riguarda il Return on equity (un indice globale dei risultati economici dell'azienda e della capacità dell'azienda di attrarre capitali), del 42% superiore per quanto riguarda il Ritorno sulle vendite e del 66% superiore per quanto riguarda il Ritorno sui capitali investiti, cioè quanto bene l’azienda genera cash flow relativo al capitale investito nel suo business.
    La conciliazione è la chiave di volta per i cambiamenti, in ogni luogo.