L’Italia, con il suo 1,34 di nascite per donna, ha raggiunto un punto in cui l’inversione di tendenza si fa sempre più difficile. La causa? Non solo insufficienti, ma soprattutto scorrette impostazioni di politiche per la famiglia. Perché le donne possano realizzare il loro desiderio di maternità non servono rigidi investimenti sul nucleo familiare, ma un nuovo concetto di aiuto alla maternità.
Lo rivela un’attenta analisi dei dati raccolti nella prima indagine del neo-nato Centro Studi FeM (Fertilità e Maternità).
L'analisi del Centro Studi FeM (Fertilità e Maternità) è stata presentata alla Conferenza Stampa: “I figli che vorrei, Giovedì 17 aprile 2008 presso l’Hotel Capo D’Africa, Via Capo D’Africa, 54 a Roma.
“Vi sono Paesi dove le donne sono più libere di scegliere. Dove gestiscono con cognizione di causa la propria possibilità riproduttiva. Dove entrano ed escono con agilità dal mondo del lavoro e dell’organizzazione familiare. Dove la società investe non solo in asili nido ma anche in cospicue detrazioni fiscali per le baby – sitter, in incremento di lavoro part-time , in orari più elastici, ovvero in una diversificazione di aiuti che lascia la donna “libera di decidere quale è migliore per lei. È in questi Paesi che nascono più bambini''.
Ad affermarlo Andrea Borini, specialista in ostetricia e ginecologia, tra i massimi esperti di infertilità e procreazione medicalmente assistita nel nostro paese e membro della task force europea sulla preservazione della fertilità dell’ESHRE, l’European Society for Human Reproduction and Embriology nel presentare la prima ricerca del Centro Studi FeM, di cui è presidente.
La ricerca con cui il centro FeM si propone alla stampa italiana riguarda gli aspetti culturali e sociali della maternità in un dettagliato confronto con le realtà di alcuni Paesi europei rappresentativi.
La Spagna, così simile a noi. La Francia, così vicina, ma così distante, con il suo elevato tasso di fertilità e la sua attenzione alle esigenze delle donne-mamme. La Germania, che sta muovendo i primi passi verso un riconoscimento della maternità come valore sociale e infine la Svezia, Paese agli antipodi del nostro per l’alto tasso di natalità e di occupazione femminile, esempio paradigmatico di come si possa lavorare e avere comunque più di un figlio.
E la ricerca del FeM lo conferma: dove vi sono meno rigidità sociali la natalità è superiore. È il caso della Svezia: più contraccezione (72% delle donne in età fertile), più divorzi (2,4 ogni mille abitanti), più aborti (venti ogni mille donne). Oltre ad un elevato investimento in politiche sociali (3% del Prodotto Interno Lordo). E qui le nascite hanno raggiunto la quota di due figli per donna auspicata dal Consiglio europeo di Lisbona del 2000.
Agli antipodi l’Italia, con il suo 39% di utilizzo di metodi contraccettivi, un ricorso all’aborto che interessa 9,5 donne su mille ed un tasso di divorzi pari allo 0,7%. Ma soprattutto con il suo misero 1,1% del PIL dedicato al sostegno alle politiche per la famiglia. Il risultato lo abbiamo visto: la nascita di 1,34 bambini per donna.
A Roma è stata presentata anche la quarta ricerca dell’O.S.I., Osservatorio Sociale sull’Infertilità. In un Paese in cui la maternità è così contrastata, quasi punita, ci sono moltissime coppie che la desiderano e la cercano con caparbietà. Che lottano per avere un “figlio proprio''. “Coppie davvero “normal'''' e, inaspettatamente cattoliche, a provare che vi è un paradosso italiano, una mancanza di percezione dei desideri reali del mondo femminile'' riferisce Marina Mengarelli, sociologa, presidente O.S.I.
L’indagine è stata effettuata su 123 coppie che si sono recate al centro di procreazione medicalmente assistita (PMA) bolognese tra il 2005 ed il 2006. Età media, scolarizzazione, tipologia d’impiego, religiosità dichiarata e praticata, qualità della relazione medico-paziente, sono solo alcuni degli aspetti indagati dalla ricerca. “Si ottiene così un profilo socio-culturale inedito delle coppie che effettuano PMA, che i ricercatori dell’O.S.I. hanno messo poi a confronto con quello dei pazienti che si rivolgono ai centri convenzionati di Abano e Udine spiega Marina Mengarelli.
Ne emerge un interessante paragone tra chi si reca nei centri di PMA pubblici e chi si affida invece a centri privati. Si scopre per esempio che le coppie che scelgono il centro privato hanno un profilo di laicità più elevato, ma meno informazioni sulle cause della sterilità.
La ricerca presentata dall’ O.S.I., dal titolo “La fatica di essere normali'' , è stata condotta dal LaRiCa della Facoltà di Sociologia dell’Università Carlo Bo di Urbino, in collaborazione con il centro di fecondazione assistita Tecnobios Procreazione di Bologna.
Ne hanno parlato, insieme alla dottoressa Mengarelli, Lella Mazzoli, direttore del Centro di Ricerca LaRiCa e Roberta Bartoletti, segretario scientifico.
Ha commentato le indagini Letizia Mencarini, professore associato di demografia presso la Facoltà di scienze politiche dell’Università di Torino.
L’analisi psicologica è stata affidata a Paola Mutinelli, psicologo clinico e psicoterapeuta all’Università di Bologna.
Era presente all’incontro stampa il professor Carlo Flamigni, docente di Ginecologia e Ostetricia all’Università degli Studi di Bologna.
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